Tashirojima, meglio conosciuta come“l’isola dei gatti”, è un lembo di terra che conta circa 100 residenti umani (in maggioranza anziani) e centinaia, centinaia di gatti. Qui questi bellissimi micioni sono riusciti, infatti, a stringere amicizia con i pescatori già dal 1800, i primi per un po’ di cibo e i secondi per un po’ di compagnia. Successivamente il legame si è trasformato in vera e propria passione.

I pescatori sono convinti, infatti, che nutrire i gatti porti loro fortuna e salute, una credenza che continua ancora oggi. Secondo la tradizione locale, un giorno un pescatore stava raccogliendo delle pietre da utilizzare per le sue reti, quando un masso è rotolato accidentalmente e ha ucciso uno dei gatti.

Il profondo rispetto che il pescatore nutriva per questi animali lo ha portato a seppellire quel corpicino esanime e a creare un santuario in ricordo dello sfortunato felino e per proteggere gli altri.

Tashirojima

Oggi nell’isola Tashirojima contano almeno 10 santuari simili, oltre a 51 statue raffiguranti mici e molti edifici a forma di gatto, con tanto di “orecchie”. I felini, dal canto loro, sono talmente abituati al contatto con gli uomini, che seguono sempre i turisti, accompagnandoli mentre visitano l’isola.

Ovviamente in cerca di cibo e carezze. Per gli amanti dei gatti, Tashirojima è una tappa obbligatoria, oltre che un esempio per il rispetto e la tutela degli animali, che qui sono i veri padroni di casa.

L’isola Tashirojima, però, ha una storia ben poco lieta: gli abitanti, originariamente un migliaio, sono stati letteralmente decimati a un esiguo numero di 50, 60 persone. La popolazione, costituita per la più parte di anziani, poteva un tempo contare sulla produzione agricola e sui prodotti ricavati dalla filatura della seta, ma la quasi totalità si è spostata sulla pesca, un’attività faticosa e in un momento non particolarmente florido.

A seguito del terremoto ― e del conseguente tsunami ― di Tohoko nel 2011, gli abitanti dell’isola sono stati ulteriormente colpiti, lasciando poche speranze a una eventuale rinascita della comunità. In maniera del tutto straordinaria, tuttavia, la popolazione felina, inizialmente adottata dagli abitanti contro gli attacchi dei topi alle provviste, ha avuto un prospero sviluppo, grazie anche all’attenta cura ― se non una vera e propria venerazione ― ricevuta dalla popolazione di Tashirojima.

Il legame simbiotico fra questi due “popoli” e la loro medesima lotta per la sopravvivenza è il fulcro del documentario di Donoho, un progetto nato nel 2014 che, a seguito di una campagna di crowdfunding, è riuscito a raccontare con occhio attento la vita degli abitanti dell’isola, mettendo in luce sia la straordinaria solidarietà che costituisce la linfa vitale della comunità, sia la loro nostalgia per un passato più felice — la stessa nostalgia che li spinge a non andarsene.

Tashirojima

Ed è proprio il senso di appartenenza degli abitanti quello che colpisce di più: un attaccamento non solo territoriale, ma anche a un’idea di società solidale verso tutti coloro che sono in difficoltà, verso tutte le specie viventi. Proprio grazie a questa reciproca solidarietà l’isola riesce ancora a sopravvivere.

I gatti non potrebbero davvero sopravvivere senza l’aiuto reciproco, l’inverno qui è particolarmente rigido. Chiamiamo “neko dango” (torte di gatti), quando si raggruppano vicini fra loro durante l’inverno, si avvicinano e fanno affidamento l’un l’altro, altrimenti il freddo sarebbe letale.
— Dr. Kress veterinaria dell’isola.

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fonti: greenme – thesubmarine

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